Cultura
Sei esperimenti sul Musar

Etica ebraica e arte contemporanea a confronto

C’è una grossa fetta di pensiero ebraico – e, di conseguenza, di letteratura in ebraico, e non solo – che, pur non essendo propriamente filosofia, viene denominata “etica ebraica”. Si tratta del Musàr (מוּסַר), un termine ebraico già presente nei libri sapienziali della Bibbia che alla lettera significa disciplina, reprimenda, castigo. Certo, la definizione “etica” aiuta a indorare la pillola, presentando il musar come un sistema di sapere, per quanto radicato nell’ebraismo, dal respiro universale e metafisico, anziché ridurlo a un coacervo di tradizioni religiose didascaliche e minatorie. È vero però che il musar poco ha a che fare con l’etica à la Kant o Hegel; ed è pure vero che le pagine di musar non sono solo o semplicemente sermoni accigliati su come ci si dovrebbe o non dovrebbe comportare.

Se il fine è persuadere quanti più ebrei possibili a comportarsi come si deve, il piglio pedagogico dovrà risolversi a scandagliare le profondità dell’animo umano, per avere effetto. È così che nella letteratura di musar troviamo trattati medievali sull’importanza dell’intenzione d’animo nella pratica dei precetti religiosi, testi rinascimentali che elucidano le redici cosmiche della ritualità mistica, scritti ottocenteschi che preconizzano il concetto freudiano di inconscio. E tutto ciò in vari formati letterari e linguistici: dai commentari multivolume ai manuali di etichetta, dagli appunti di lezioni qabbalistiche alle raccolte di biografie miracolose di grandi personalità dell’ebraismo – in ebraico ma anche giudeo-arabo, giudeo-spagnolo, yiddish, talvolta latino – dal medioevo fino ai giorni nostri.

Ma come tradurre, allora, questa complessità nei linguaggi del contemporaneo, a uso di un pubblico che non frequenta né le comunità ebraiche e né l’accademia? E, soprattutto, vale la pena divulgare questo musar? Per deontologia professionale, alla seconda domanda risponderò con un convinto “sì”. Quanto alla prima, condividerò una recente esperienza transculturale che, come via di sperimentazione, ha tentato la contaminazione tra discipline, mettendo insieme lo studio culturale e letterario del pensiero ebraico con l’arte contemporanea.

Questo proposito di comunicazione interdisciplinare si è concretizzato nel progetto Mus|Ar|t, un programma di residenze artistiche, realizzatosi tra ottobre 2022 e marzo 2023, su iniziativa del gruppo di ricerca Emmy Noether Research Group “Jewish Moralistic Writings of the Early Modern Period” dell’Università di Amburgo, sotto la direzione di Patrick B. Koch e con la partecipazione di Amalia Stulin e della sottoscritta. L’idea era di sottoporre i materiali letterari di musar, su cui si basa la nostra ricerca scientifica, ad artisti che non avevano necessariamente alcuna conoscenza pregressa sul tema o coinvolgimento religioso con detta tradizione – così da confrontarsi con una reinterpretazione attuale di un tema così apparentemente avulso, libera dai filtri del linguaggio accademico, che spesso non suona meno didascalico e accigliato del musar stesso.
Grazie alla collaborazione del ZK/U (Zentrum für Kunst und Urbanistik) di Berlino e di un finanziamento della Deutsche Forschungsgemeinschaft, sei artisti hanno sviluppato altrettanti progetti multimediali ispirati ai testi, ai libri e agli autori di musar, proponendoli al pubblico berlinese di ZK/U nel corso di tre eventi “open house”.

Leor Grady, Marginalia

Uno dei testi fondativi del musar, Hovòt ha-Levavòt (I doveri dei cuori) di Bahya Ibn Paquda (Saragozza, XI secolo), ha ispirato il progetto di Leor Grady. Più che in testo, in libro: ovvero, un volume recuperato in una libreria dell’usato, sfogliato, studiato e meditato da un anonimo lettore, come testimoniano sottolineature e annotazioni a margine di pagina. Proprio questi segni sovrimpressi sulle pagine stampate sono stati ricalcati e sovrapposti su fogli trasparenti, capitolo per capitolo, così da ottenere un compendio dell’esperienza di lettura. Non è solo il contenuto a meritare attenzione; anche, l’oggetto-libro, come supporto di trasmissione culturale, veicola tracce del processo materiale di acquisizione di conoscenza, visivamente condensate da Grady in campiture blu che fanno da planimetria all’architettura multilivello di interpretazione testuale

© Raquel Gómez Delgado

Boris Jöns, A Soft Tongue Breaks the Bone

È invece il contenuto del musar mistico del tardo rinascimento al centro dell’installazione multimediale creata da Boris Jöns. A comporre l’opera, tuttavia, non sono semplicemente i due brani affissi in pannelli ascendenti, uno sulla liturgia del sonno come presagio morte e uno sul macabro destino dei corpi defunti, quanto invece la reazione del pubblico a questi contenuti provocatori e distanti dalla sensibilità moderna. Grazie a una app accessibile tramite QR code, i presenti all’esposizione hanno potuto esprimere il proprio pensiero in diretta, creando un commentario collettivo – un format molto ebraico e molto rabbinico, come insegna il Talmud – non solo leggibile ma anche udibile, indirettamente, tramite la traduzione in impulsi sonori modulati da una cetra elettrica. Da un’esperienza di parkour testuale si produce il suono che fa il musar mentre viene creato e perpetuato.

© Raquel Gómez Delgado

Estee Ellis, Mesillat Yesharim: A Study in Comics

Un altro classico della letteratura di musar, Mesillat Yesharim (Il sentiero dei giusti) di Mosè Haim Luzzatto (Padova 1707 – Acco 1746) è protagonista della riscrittura in fumetto ideata da Estee Ellis. Il processo di lettura del testo è stato documentato in forma di graphic novel meta-testuale, dove i messaggi salienti del trattato settecentesco si intrecciano alla riflessione personale sui cortocircuiti e sulle sfide esistenziali del vivere ebraico oggi. Nei bozzetti di una graphic novel autobiografica, l’avatar dell’artista introduce il lettore/spettatore al mondo spirituale di Luzzatto, traducendo il principio di intertestualità in quadri grafici che ritraggono l’esperienza di studio – una tecnica di transculturazione che Ellis aveva consolidato nella serie Dvar Torah Comic, condivisa nella biblioteca digitale e interattiva di letteratura tradizionale ebraica Sefaria.

© Raquel Gómez Delgado

Tamar Nissim, What Do You Really Think

L’installazione di Tamar Nissim ha invece virato lo sguardo sulla prospettiva femminile al musar, a partire dalle memorie (in Yiddish) di Glikl di Hamelin (Amburgo 1646 – Metz 1724), una matriarca ashkenazita che si ritrovò, una volta vedova, a gestire l’attività commerciale di famiglia, pur trovando il tempo di compilare un testamento morale a uso di figli, nipoti e familiari. Per quanto Glikl dichiarasse in apertura dell’autobiografia di “non voler scrivere un trattato di musar”, in realtà le sue memorie altro non sono che musar: istruiscono i suoi discendenti (e dipendenti) su come maneggiare le cose della vita con puntiglio inflessibile, non senza l’aiuto dell’immaginario favolistico del folklore ashkenazita. Questi due aspetti – la pragmaticità imprenditoriale e la (spesso inquietante) fantasia allegorica – sono tradotti da Nissim nella multimedialità dell’installazione, che accosta una Wunderkammer di oggetti effimeri della quotidianità a una serie di videoperformance dal minimalismo simbolico.

© Raquel Gómez Delgado
© Raquel Gómez Delgado

Yonatan Kunda, The Tish

La parola yiddish tish (טִיש) significa letteralmente tavolo e, nella tradizione ebraico-hassidica, indica la pratica di riunirsi intorno a un tavolo, in genere di shabbat, per ascoltare gli insegnamenti di rebbe in forma di sermoni, storie e canti. Nel corso degli eventi a porte aperte di ZK/U Yonatan Kunda ha assunto il ruolo di maestro di cerimonie, dando vita a un tish multiculturale animato da musica, canto e spoken word. I testi poetici multilingue (in ebraico, arabo, inglese e tedesco) sono stati composti dall’artista nel corso dei due mesi di residenza berlinese, ispirati dalla routine di studio quotidiano della tradizione ebraica, ma anche dal dialogo con studiosi e artisti, dalla partecipazione alla vita culturale del quartiere berlinese di Moabit, a maggioranza palestinese e arabofona, come pure dagli eventi di tumulto politico che stavano smuovendo la società civile israeliana a inizio del 2023. La performance pubblica di questi frammenti di scrittura ha rimesso in scena la pratica di condivisione pedagogica che sottende la produzione testuale del musar.

© Patrick B. Koch

Dalia Wolfson, Tkhines

Ancora la poesia è il medium creativo scelto da Dalia Wolfson per la sua residenza di scrittura. In particolare, a riferimento compositivo, Wolfson ha lavorato sul genere letterario ed editoriale delle tkhines (תְּחִנּוֹת, suppliche), ovvero raccolte di preghiere e testi devozionali spesso composte, pubblicate e fruite dalle donne ebree dell’Europa ashkenazita. I testi (e i paratesti, quali frontespizi e colofoni) sono stati manipolati dall’artista applicando le tecniche del cut-up e del found text – ovvero spezzettando frammenti di tkhines del XVIII secolo e ricomponendoli aleatoriamente in strofe ermetiche che meglio rendono lo straniamento del senso contemporaneo per lo spirituale. È dunque un gioco sull’ambiguità filologica: per essere autentico, un testo deve essere l’originale?

© Dalia Wolfson

Ma se il musar, in un modo o nell’altro, qualcosa vuole insengnare, cosa ha insegnato questo esperimento sulla divulgazione contemporanea del musar? Che l’aspetto più difficoltoso da comunicare è la portata spirituale (cioè psicologica ed esistenziale, individuale e collettiva) di questi materiali del passato ebraico. Ad ostacolare l’identificazione con queste pratiche di educazione e trasformazione del sé è, principalmente, la cornice religiosa. Per quanto la società civile si proponga di essere aperta verso la specificità culturale ebraica, “religione” tende a evocare, dal punto di vista laico, la nozione di un apparato normativo e disciplinatorio basato su un’immaginario mitologico che, oggi, è confinato alla produzione culturale di fiction. Non ci si accorge, però, di quanto miti sovrannaturali e traumi emotivi controllati modellino subcosncio e coscienza culturale – oggi, con l’intrattenimento multimediale, nel passato ebraico con la letteratura multigenere di musar.

Se, da pubblico, pensiamo all’esperienza dell’arte, la religione è comparabile alla cornice che contorna un quadro esposto in un museo. Dà al prodotto culturale vero e proprio struttura e appiglio, e al tempo stesso lo rende riconoscibile con una didascalia. Ma ciò che avviene nel quadro – e soprattutto ciò che avviene in chi guarda il quadro – va oltre l’inquadramento. E difatti, oggi, inquadrare quadri in un museo non è più l’unico modo di rendere fruibile l’arte. Gli spazi di produzione artistica possono aprire le proprie porte, mostrardo come gli artisti creano le proprie opere in progress, come con le open house di ZK/U.

Lo stesso principio è applicabile al processo con cui prodotti culturali come il musar prendevano vita, composti da autori e discussi da lettori. In mancanza di una macchina del tempo che ci trasporti nell’Andalusia del 1100 di Bahya Ibn Paquda o nell’Amburgo secentesca di Glick di Hamelin, possiamo accontentarci di recepire la dinamicità dei contenuti e dei contenitori assistendo alla loro traduzione in opera d’arte, bypassando così le cornici identitarie. Immersi in uno spazio tridimensionale con cui possiamo interagire, l’astrusità di una pagina ebraica diventa visibile, udibile, palpabile, discutibile e condivisibile. E, pure a chi fa il mestiere di divulgare tale astrusità, questi scorci animati fuori dai margini rassicuranti della pagina hanno molto da insegnare.

(Per la documentazione completa sulle opere e gli aggiornamenti sulle pubblicazioni, si veda il sito musart.hypotheses.org)

Ilaria Briata
Collaboratrice

Ilaria Briata è dottore di ricerca in Lingua e cultura ebraica all’Università Ca’ Foscari di Venezia. Ha pubblicato con Paideia Editrice Due trattati rabbinici di galateo. Derek Eres Rabbah e Derek Eres Zuta. Ha collaborato con il progetto E.S.THE.R dell’Università di Verona sul teatro degli ebrei sefarditi in Italia. Clericus vagans, non smette di setacciare l’Europa e il Mediterraneo alla ricerca di cose bizzarre e dimenticate, ebraiche e non, ma soprattutto ebraiche.


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